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domenica 30 maggio 2010
lunedì 29 marzo 2010
LA TERRA DOPO L'UOMO
Prima ci sarà un'esplosione, poi il nulla. Nessun essere umano sopravviverà. Così in molti immagino l'estinzione dell'uomo ma qualsiasi sia la causa che porterà alla fine del genere umano: cosa ne sarà della Terra e di tutte le costruzioni dell'uomo lasciate abbandonate a stesse?
Un documentario, inquietante ma interessante, 'Life After People', trasmesso dal History Chanell ha cercato di rispondere a questa domanda raccontando cosa ne sarà del nostro pianeta dopo la fine dell'uomo. Ambientato in un futuro molto lontano il video mostra come anche le costruzioni più imponenti realizzate dall’uomo, indistruttibili nell’immaginario collettivo, sarebbero destinate a soccombere all’ecosistema.
IL PRIMO RESPIRO
Tre anni tra preproduzione, riprese (15 mesi) e post produzione. Dieci nascite seguite in Francia, Vietnam, Stati Uniti, Brasile, India, Tanzania, Giappone, Niger, Siberia, Messico. Un'attrezzatura spesso molto light per le riprese (a volte solo con l'ingegnere del suono e la giornalista che sul film ha pubblicato due libri) e la voglia di mostrare dei modi di nascere diversi rispetto a quelli seguiti per una serie di documentari per la tv nel superattrezzato ospedale pediatrico parigino Robert Debré.
Quanto tempo è passato da quando Helga con il primo parto mostrato al cinema sconvolgeva gli spettatori! Gilles De Maistre ha indubbiamente il dono di saper offrire alle partorienti la sicurezza di una presenza non invasiva. Nulla dà la sensazione della messa in scena, tutto è naturale e tutto è al contempo uguale e diverso. Semmai è la fotografia che appare troppo ricercata e, qualche volta, quasi leziosa. Per il resto ha il pregio di 'mostrare' senza abbracciare nessuna teoria.
Assistiamo così a un parto in piscina con tanto di delfini pronti a omaggiare il nascituro ma anche a doglie anticipate che impediscono la ritualità new age. Veniamo messi di fronte all'efficienza di un ospedale vietnamita cosi come a una nascita notturna in una tribù amazzonica. De Maistre non vuole proporre inni retorici alla vita ma, più semplicemente, mostrare come il nascere non sia solo un fatto naturale e come la cultura influenzi profondamente il venire alla luce.
Non c'è nulla in comune tra la coppia del Maine che vive in una sorta di comune in cui si attende il parto suonando la chitarra con la puerpera adagiata in una piscinetta di plastica e la donna Masai che vive le stesse sensazioni di gioia e di sofferenza a tutt'altra latitudine. O forse invece sì ed è proprio questo che diviene l'elemento di attrazione di questo documentario: il mistero del nascere. Apparentemente uguale eppure così profondamente diverso.
GRIZZLY MAN
Una natura stupida, oscena e sbagliata". Questa è la conclusione cui si arriva di fronte alla toccante riflessione per immagini del regista tedesco, lacerante docu-dramma che ripercorre le tredici estati (dal 1990 al 2003) trascorse in Alaska dall'americano Timothy Treadwell, attivista/ecologista animato dall'ossessione di proteggere dai bracconieri una comunità di orsi grizzly.
Alternando estratti da quel "film di estasi umana e di cupo tumulto interiore" (come l'ha definito il regista) realizzato da Treadwell stesso, suggestive riprese naturalistiche e interviste realizzate a parenti e amici di Tim dallo stesso Herzog, la pellicola va a costruire una drammatica parabola esistenziale sull'utopico sogno dell'Uomo di poter dominare, seppur benevolmente, una Natura atavicamente spietata e violenta .
Riecheggiando quella di tanti travagliati eroi solitari del cinema di Herzog, la storia di Tim si conclude infatti tragicamente con il brutale attacco da parte di un grizzly all'uomo e alla fidanzata Amie Huguenard, quell'estate al suo fianco. Attacco registrato dal microfono della videocamera di Tim, testimone esclusivamente sonora di una tragedia annunciata. E dolorosamente ripercorsa nel film da Herzog che, mettendosi in campo in prima persona, in maniera toccante e discreta fa sua – ma fortunatamente non nostra - questa straziante e privata tragedia sonora.
Il regista tedesco ribadisce così la sua pessimistica visione del mondo della natura, restituendoci allo stesso tempo tutta l'innocenza e la spontaneità di uno spirito umano ingenuo e vitale. Ultimo amico della natura, oltre ogni limite.
EVEREST: UNA STORIA LUNGA 50 ANNI
Documentario della National Geogrphic sul monte più alto del mondo.
COSTRUIRE SENZA FRONTIERE
Documentario della National Geographic sull'architettura e le grandi costruzioni
CLOWN IN KABUL
Un documentario fortemente schierato in favore del ‘no’ a qualsiasi guerra sulla base dell’enorme tributo da pagare in vite umane in campo civile. Raccontato seguendo la missione di medici clown, soprattutto italiani, che, con Patch Adams alla guida, cercano di portare un po’ di sorriso sui volti dei bambini afgani martoriati dagli ordigni. E’ un film sull’incontro tra culture diverse capaci di dialogare attraverso una dimensione ludica che diventa com-passione. E’ un film non antiamericano ma sicuramente anti-Bush. Al suo centro non c’è l’ennesimo ‘comunista disfattista’ ma un medico impegnato sul fronte del dolore con una terapia inusuale: quella del sorriso. E’ facile commuoversi con il Patch Adams divenuto protagonista di un film di successo interpretato da un attore di successo come Robin Williams. Più difficile, per alcuni, accettare quello che dice della politica del suo Paese. Ma l’uomo è sempre quello. Allora bisogna saper scegliere.
CAPITALISM: A LOVE STORY
Questa volta Michael Moore prende le mosse da lontano, addirittura dall'Impero Romano, per mostrare come i segnali di decadenza di quella potenza antica siano tutti rintracciabili nella realtà odierna. La domanda è più che mai esplicita e con la risposta già incorporata: quanto è alto il prezzo che il popolo americano paga a causa della confusione operata tra il concetto di Capitalismo e quello di Democrazia? Per Moore i due termini non coincidono anzi sono in più che netta opposizione soprattutto ora, dopo la crisi mondiale di cui tutti paghiamo le conseguenze.
Per sostenere la sua tesi questa volta il polemista di Flint (cittadina a cui fa ancora una volta ritorno vent'anni dopo Roger & Me) fa un uso molto più ridotto di gag verbali e visive (anche se non ci risparmia un nuovo doppiaggio del Gesù di Zeffirelli in versione liberistico-sfrenata). Perché questa volta il tema è talmente serio che lo spazio per la risata non può che essere ridotto. È ora di passare all'azione secondo Moore. Ancora una volta non per sovvertire un sistema ma per riportarlo alla purezza delle origini.
In una società in cui può esistere un gruppo immobiliare che si autodefinisce gli Avvoltoi (il cui compito è acquistare a prezzi stracciati case già pignorate per poi rivenderle facendo profitti) e in cui la classe media vede falcidiati i propri beni primari dalla rapacità di banche prive di qualsiasi seppur remoto scrupolo, Moore non può sentirsi a suo agio. E non può non solidarizzare con chi pensa che i rapinatori non siano solo quelli proposti in sequenza nelle immagini delle televisioni a circuito chiuso di banche e negozi. Oggi ci sono rapinatori che agiscono sulla sorte di milioni di persone. Qualcuno di loro comincia a pagare ma l'indignazione non è ancora giunta al livello necessario.
Il livello di cui Franklin Delano Roosevelt aveva fatto proprie le istanze ipotizzando una nuova Costituzione Americana in cui i diritti fondamentali dei cittadini venissero riconosciuti in modo assolutamente dettagliato e inequivocabile. Il Presidente morì prima di essere riuscito a farla diventare legge. Oggi il popolo americano paga questo vuoto legislativo con i posti di lavoro persi e le abitazioni letteralmente divorate da avvoltoi di diverse specie. Moore, da vero americano, auspica un ritorno al passato perché la parola futuro possa tornare ad avere un significato positivo. Quando mostra vescovi e sacerdoti schierarsi senza indugio a fianco di chi sta perdendo il lavoro viene in mente l'abusata terminologia nostrana 'cattocomunista'. Non si tratta di 'comunismo' in questo film ma di diritti basilari che la ricerca sfrenata del guadagno non può mai (in nessuna occasione e per nessun pseudo motivo di 'interesse generale') calpestare.
Moore porta come esempio positivo, tra le altre, la nostra Costituzione. Faremmo bene ogni tanto a rileggerla. Magari dopo avere visto Capitalism: A Love Story.
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